Nikeddy

Presidente
  • Content count

    6885
  • Joined

  • Last visited

  • Days Won

    52

Nikeddy last won the day on November 17

Nikeddy had the most liked content!

About Nikeddy

  • Rank
    ICG President & CEO
  • Birthday 11/25/78

Contact Methods

  • MSN
    nikeddy
  • Skype
    nikeddy

Profile Information

  • Sesso
    Not Telling
  • Facebook
    http://facebook.com/nikeddy

Recent Profile Visitors

2249 profile views
  1. @Joshynho io ci sono oggi dalle 17 alle 18 (poi devo uscire) e domani sera su appuntamento domenica ci sono la mattina dalle 10 alle 12
  2. L'associazione Italia Che Gioca ha stretto una partnership con gli amici di #FMRTE, che permette ai SOCI di ITALIA CHE GIOCA di acquistare FMRTE con uno sconto a noi riservato. il codice sconto da utilizzare, al momento dell'acquisto e' : ITALIACHEGIOCA inoltre saranno avviati altri progetti con i creatori delo storico miglior editor in tempo reale, che vi illustreremo piu' avanti. Per acquistare l'Editor di FM in tempo reale vi basta cliccare ai link sotto o andare direttamente su : http://www.fmrte.com/ FMRTE 2018 è disponibile per Windows e Mac OS. Il tuo editor di Football Manager preferito è ora disponibile e pronto per essere lanciato con l'ultima versione di Football Manager, Football Manager 2018. Ricorda che questa è solo una versione Beta e quindi ricorda di eseguire il backup del tuo salvataggio di gioco regolarmente (abbiamo anche una funzione per questo basta controllare il menu delle impostazioni). È possibile ottenere la versione Windows di FMRTE per Football Manager 2018 da qui La versione per Mac OS di FMRTE per Football Manager 2018 può essere scaricata da qui
  3. per agevolare l'invio vi invito a inviare direttamente a promozioni@italiachegioca.com una mail per richiedere il codice, evitando di compilare il form.
  4. qui vi daremo le basi per capire come e cosa giocare nelle varie positioni di una squadra. Top Laner i top laner tendono ad essere personaggi a basso impatto all’inizio della partita: questo perchè i combattimenti di solito sono incentrati sul drago che è nella zona inferiore della mappa il che lascia la corsia superiore libera di accumulare oro senza dover aiutare la propria squadra. Questo però non vi deve far pensare che dobbiate solo colpire i minion! infatti molti top laner sono eccellenti duellanti che utilizzano molto bene i soldi quindi il controllo della propria corsia è importante poiché, se riuscirete a prendere vantaggio, sarà estremamente dura per il vostro avversario tornare in partita. Questa linea richiede buone meccaniche di controllo delle ondate di minion e anche di visione della mappa dato che spesso viene scelta teleport come summoner’s spell. I personaggi usati in questa corsia variano dai tank come Dr.Mundo o Maokai ai carry come Irelia o Jax senza escludere alcuni maghi come Lissandra o Swain. Mid lane La mid lane è la corsia più corta quindi, di solito, ospita maghi con poche possibilità di fuga dato che la salvezza della torre sarà più vicina rispetto alle altre linee. Come la corsia superiore è necessario avere buone abilità meccaniche per vincere lo scontro diretto, mentre il controllo dei minion è importante per avere la possibilità di muoversi e mettere pressione sulle altre linee; infatti i mid laner, data la loro posizione centrale, hanno buone possibilità di gankare gli avversari sulle corsie laterali. I personaggi usata in questa linea sono assassini dello stampo di Zed e Leblanc o maghi come Syndra e Azir. ADC L’AD carry è uno dei due ruoli che ospita la bot lane ed è anche riferito come Marksman dato che è un posizione ricoperta da personaggi ranged il cui scopo è semplicemente quello di fare danni. L’impatto di un ADC varia da campione a campione: per esempio Lucian o Miss Fortune sono estremamente forti a inizio partita mentre Ezreal ha bisogno di alcuni oggetti per essere una minaccia. I marksmen sono estremamente fragili e necessitano del loro team per sopravvivere in compenso infliggono un notevole quantitativo di danni. Support Support è il secondo ruolo che abita la bot lane ed è ricoperto da un eroe capace di impattare la partita anche senza bisogno di oggetti questo perchè sarà l’ADC a prendere tutto il farm in questa linea. Il compito di questa posizione è quello di mantenere visione nella mappa grazie ai lumi e usare le sue abilità al meglio per controllore gli avversari in comabttimento, lui è, solitamente, il principale difensore dei carry della propria squadra ma è anche in grado di creare grandi giocate per il suo team. I personaggi usati in questo ruolo vanno da i tank come Alistar o Braum ai maghi come Zayra o Nami. Jungler L’ultimo ruolo è il Jungler. Esso non è legato a nessuna linea e inizia la sua partita combattendo contro i mostri neutrali; esso è caratterizzato dalla summoner’s spell Smite: indispensabile per sopravvivere i primi livelli. La funzione del Jungler è quella di mettere pressione sulle linee e far prendere vantaggio alla sua squadra; questo può essere fatto in 3 modi: -Farmando con un campione molto forte in late game -Gankando le linee -Invadendo la giungla nemica per negare farm all’avversario Ovviamente ogni partita necessita di uno stile di gioco diverso quindi è necessaria una buona conoscenza del gioco e della mappa per giocare questo ruolo. I campioni usati in questa posizione variano molto. Possiamo trovare Marksmen come Kindred, Melee carry quali Master Yi e Shyvana, Tank come Sejuani o Amumu e maghi come Elise
  5. Segnalazione Bug FM2018

    ahahahahah aggiornamento : segnalati i bug fino a qui riscontrati
  6. [Articolo]FIFA eWORLD CUP 2018

    dal 26 maggio 2017
  7. MONDIALI DI CALCIO 2018... ci vediamo al 2022

    Parto, cercando di essere piu' preciso possibile. Il problema esisteva anche se andavamo al mondiale maggiormente ora, il problema non e' 1 partita contro la svezia, ma il sistema sportivo italiano. partirei con Malagò e la sua bellissima gestione del coni, dove limita le ASD e sentenzia sullo sport senza capirci un cazzo, e pensare solo agli interessi economici personali e dei suoi amichetti (montezemolo in primis.) partirei con il fatto che per gestire la FIGC e' stato votato, e ripeto VOTATO, un vecchietto messo li' forse giusto per far quello che gli altri gli dicono. partirei con il fatto che l'aver scelto ventura, e' stato gia' sbagliato all'inizio, serviva un allenatore moderno, uno che capiva che in SVEZIA all'andata invece di presentarsi cercando un pareggio, andava li e gli faceva 5 gol, con la bava alla bocca li faceva giocare (rivedete la formazione dell'andata e rendetevi conto) , e' stata la mediocrita' che ha creato questo, e' stata la paura, il fatto di non cercare di subire un gol piu' che farne uno in piu', il difendersi il tatticismo esasperato, i lanci lunghi. Ieri e' stato solo quello che abbiamo tutti gia' visto piu' e piu' volte, una squadra remissiva, esattamente come succede in campionato, quando ci guardiamo BENEVENTO - JUVE in serie A....RIDICOLO...MA: SIAMO FUORI DAI MONDIALI E VA BENE COSI'. CI FARA' BENE Non sono solito mischiare le analisi calcistiche con quelle macroeconomiche o geopolitiche. Il calcio segue percorsi differenti rispetto alla politica o alla finanza. Soprattutto, non ho mai amato il tipicamente italico vizio - Churchill aveva ragione - di perdere le guerre come fossero partite di calcio e partite di calcio come fossero guerre. Dedico al tema un post perché ricordo bene il flusso di eventi che hanno avviato il declino del calcio italiano e trovo molte somiglianze tra questa e la crisi di altri settori industriali su cui, molto più del calcio (di cui in generale, non amo parlare) ho scritto post, telegrammi e battute. Nondimeno, ogni distretto industriale vive e muore a certe condizioni e il calcio, ovviamente, non fa eccezione. La crisi dell'industria pallonara nostrana non è che il riverbero, l'ennesimo, di un ormai conclamato declino del sistema sociopolitico ed economico italiano; si è follemente preteso di gettare l'Italia in un calderone globale alle cui squalesche rudezze non eravamo preparati e, così come sta collassando la nostra economia, inevitabilmente medesimo destino colpisce il sistema calcio. Un dramma? Una tragedia? Altre vicende e faccende meritano il peso di tale definizione. In un paese sano, il dramma è rappresentato da giovani che emigrano, uomini di mezza età senza lavoro, aspiranti madri che si riducono a vivere come polli in batteria, i suicidi di disperati senza prospettive, categorie abbandonate da uno stato preoccupato molto più della sorte di gay e immigrati, di certo non undici cretini in mutandoni che si scoprono alla frutta con la Macedonia e si fanno smontare e rimontare come mobili IKEA dalla peggiore Svezia della storia. Non è solo un gioco come melassosamente chioserebbe qualcuno né abbiamo perso la Seconda Guerra Mondiale. Ero in breve vacanza sia in Francia nel 1990 e anche nel 1994 e caso vuole che vi capitassi proprio nei periodi in cui la Francia certificava le sue eliminazioni da ben due Mondiali consecutivi. Non mi è parso di vedere francesi disperati con siringhe sul braccio, gementi e piangenti in una valle di lacrime. Al massimo sacramentavano, desolati, sull'assenza di un sostituto di Platini in attesa che maturasse Zidane, e sulla mancanza di una punta di ruolo. Ma come spesso accade, dai fallimenti emerge qualcosa di migliore. I transalpini, dalla doppia eliminazione, ne uscirono con la trionfale e limpida vittoria nel 1998 e conquistando l'Europeo del 2000 ahimè contro di noi, con due gol a tempo scaduto. Era la Francia dei golden boys meticci, da Zidane a Trezeguet, passando per Vieira, Lizarazu, Henry, Petit, il folle Barthez, Ibou Ba che tanti ragazzini col suo look ispirò. Così come l'Italia dall'eliminazione con la Corea del 1966, ne uscì con un onorevole secondo posto ai mondiali di Messico 1970, quelli della famosa Italia-Germania 4-3. Parimenti, sempre con lo spirito di chi non fa drammi né indulge a facili ancorché seducenti nostalgismi, osservo che per circa 60-70 anni abbiamo avuto i migliori giocatori del mondo. C'è stata la generazione degli Zoff, Facchetti, Rivera, Mazzola, Riva, Burgnich, Paolo Rossi, Tardelli, Cabrini e Bruno Conti che fece sognare i nostri padri, quella dei nostri nonni invece sospirò per Meazza, Monti, Orsi, Piola, gli eroi del Grande Torino e della Juventus del quinquennio. La mia generazione si è rifatta gli occhi con le magie di Roby Baggio, Bobo Vieri e il suo fisico da bodybuilder, le geometrie di Demetrio Albertini, i gol a valanga di Beppe Signori, la classe senza età di Roberto Mancini, Totti e Zola, l'animalesco senso del gol di Pippo Inzaghi. Difensori invidiati in tutto il mondo, dal quadrato milanista di Baresi, Costacurta, Maldini e Tassotti al trio interista di Bergomi, Ferri e Mandorlini, dal professionismo tecnicamente non limpido ma moralmente granitico della vecchia guardia juventina ai più recenti Nesta e Cannavaro. E che dire della formidabile scuola dei portieri. Ne lasciavamo persino qualcuno a casa. Che bello poter accapigliarsi su chi lasciare a casa tra Baggio, Mancini, Zola, Signori, incazzarsi da tifoso del Napoli per le mancate convocazioni di un portiere formidabile come Taglialatela perché tanto ce ne sono almeno una decina tra i quali scegliere, invece che essere costretti ad italianizzare giocatori che fino a qualche mese prima giocavano in Brasile, andando a rimestare tra tutte le bisnonne che avevano limonato con un italiano alla fine dell'Ottocento e affidare ad un diciottenne la pesantissima eredità di Buffon. La generazione dei nostri figli non potrà dire altrettanto, almeno per ora. Ovviamente questo non giustifica una mancata qualificazione. Ma come lo studente non brillante, se si accontenta di studiare da 6 o 7, spesso viene bocciato dal prof e allora deve studiare da 10, così è sufficiente che una Nazionale meno forte non studi da 10 per mancare così clamorosamente un obiettivo. Colpa di Ventura? Onestamente non credo. Ventura ha avuto l'unico torto di accettare una Nazionale che un tempo era il traguardo massimo e dalla quale oggi tutti scappano. Per il resto, ai club della Nazionale non importa un fico secco e sbagliano. I successi della Nazionale rappresentano una vetrina di cui beneficia tutto il calcio italiano, purché buon uso se ne faccia. Poi certo, noi non ne abbiamo fatto un buon uso. Con la vittoria ai Mondiali del 2006, in piena Calciopoli, non così limpida per la verità - il rigore con l'Australia non c'era e la prima avversaria seria l'abbiamo incontrata in semifinale - ci siamo illusi di riscattare un sistema che si scopriva marcio e che bastasse far fare un anno di penitenza alla Juventus e cacciare a pedate Moggi - che certamente aveva creato una mafia ma in presenza di altre mafie - per mettere a posto le cose. Solo che poi si è ripetuta Tangentopoli in salsa circense e abbiamo rivisto lo stesso insopportabile film: il fragoroso rumore delle manette, le sirene della Polizia, le scorrettezze sui giornali contro gli imputati, i processi sommari dove si è colpevoli sino a prova contraria, un gigantesco pallone che, dopo averlo stappato, ha fatto uscire solo l'aria fritta di provvedimenti cosmetici, sul cui sfondo intravedere il consueto, ormai insopportabile, rumore di fondo del moralismo giustizialista, tale nella sua offensiva pretesa manipolatoria da rendere giustificabile persino l'altamente discutibile operato di Moggi. Oggi però non ci sono carri sui quali salire, non ci sono poppoppò carnevaleschi da cantare a squarciagola e quindi non abbiamo più scuse. Siamo emarginati dal football che conta e il calcio italiano è da rifare dalla testa ai piedi. La cosa non mi dispiace perché noi italiani siamo maestri di quell'arte cui facevo cenno poc'anzi: raccapezzarsi dopo disastrose figuracce. Quando tocchiamo il fondo e dobbiamo raccogliere piangenti i cocci sparsi per terra, diamo il meglio di noi stessi. Da dove si riparte? Verrebbe da dire dai vivai. Ma il vivaio è una conseguenza. Prima bisogna rifondare le fondamenta del calcio italiano. In primis, tornare ai tre stranieri come un tempo. Capisco perfettamente l'esigenza, in piena globalizzazione, di gloriarsi di avere Messi che magari gioca per il Napoli, Cristiano Ronaldo che gioca con la Juventus ma... a parte che questi signori non potremo neanche annusarli, se non con la prostata ormai caduta a terra, gli è che al posto di questi due, è arrivata una pletora di giocatori modesti, i più forti dei quali facevano panchina altrove e che nel calcio italiano dei decenni scorsi, dove fallirono fuoriclasse del calibro di Socrates, Rummenigge e Stoichkov, sarebbero tranquillamente entrati nella galleria dei bidoni. In più, c'è stata la sentenza Bosman, una boiata pazzesca consistita nella follia (ricorrente nel delirio globalista) di fare parti uguali tra diseguali, paragonando un calciatore strapagato ad un lavoratore normale, senza minimamente porsi il problema che abbattendo i parametri dei giocatori in scadenza, questi potessero detenere un potere contrattuale troppo forte e dunque ricamare sugli ingaggi, sui quali poi lucrano parassiti come i procuratori che ci campano .
  8. bella bella bella finale. è derby Romano! Inviato dal mio SM-G935F utilizzando Tapatalk
  9. Cerco ProClub

    piattaforma?
  10. TCM18 Logopack by TCMLogos.com

    grande @Kinmar
  11. Per longevità e soprattutto eclettismo, lo si potrebbe considerare il Floyd Mayweather del videogioco. Cifre a parte – comunque non basse, come hanno dimostrato i 150mila dollari incassati con la sua squadra sabato scorso, per il secondo posto al Quake World Champioship di Dallas – Alessandro Avallone, detto “Stermy”, in oltre 15 anni da videogiocatore professionista ha collezionato trofei in 10 giochi diversi. O, come preferisce definirli lui, “discipline”, evocando il parallelo molto discusso (e discutibile) fra sport tradizionali e quello che sta imponendosi come il loro orizzonte digitale: l’esport, o gaming professionistico, non a caso in questi giorni al vaglio del Comitato Olimpico Internazionale per una possibile inclusione nei Giochi di Parigi 2024. Originario di Finale Ligure e londinese d’adozione, Stermy, un giocatore in grado di sconfiggere nel 2004 il leggendario campione del mondo Jonathan “Fatal1ty” Wendel (salvo poi firmare per la sua squadra), si è presentato al Gaylord Texan Resort di Dallas con i suoi Notofast, un quartetto di giocatori con, ognuno, almeno una decade da pro player sulle spalle. Occasione e numeri erano prestigiosi: per la prima volta un milione di dollari costituiva il montepremi complessivo della QuakeCon, fra gli appassionati nota come “la Woodstock del gaming”, il torneo annuale che dal 1996 celebra uno degli sparatutto di id Software, “Quake”, capace con le altre produzioni dello studio che fu di John Romero e John Carmack di scrivere la storia dei first person shooter. Organizzata da ZeniMax Media – che oltre a id oggi possiede anche Bethesda Softworks e Arkane Studios, QuakeCon è la celebrazione del videogioco nei suoi aspetti diametrali: da una parte la passione pura, quella dei 400 volontari che hanno animato l’evento e dei 128 “dilettanti” che portandosi il pc da casa – nella “Bring Your Own Computer” area – si sono disputati l’accesso alle partite contro i professionisti. Dall’altra, la dichiarazione esplicita di come id Software e proprietà vogliano cavalcare l’approccio agonistico per ampliare l’utenza di “Quake”, fra i primi videogiochi a generare competizioni internazionali, ma con un seguito ridotto rispetto a quello dei colossi “League of Legends” o “Dota 2”. Non è un caso che oltre alle pubblicazioni imminenti del gruppo – da “Evil Within 2” alla versione Vr di “Doom” e “Fallout 4” – sia stata dedicata un’ampia vetrina a “Quake Champions”, il primo capitolo del franchise con una modalità a squadre. Proprio in questa “disciplina” Stermy e i Notofast hanno perso la sfida decisiva, cedendo borsa – 300mila dollari – e titolo mondiale ai 2z, quartetto europeo di under 22. Avallone, come si affronta una sconfitta? “Come squadra, vivendola come una motivazione in più per tornare ad allenarsi. Siamo tutti veterani, messi insieme quasi per scherzo ad aprile. Lavorando duramente tutta l’estate e meritandosi il titolo, i 2z hanno dimostrato che ci manca ancora qualcosa. Personalmente, è un invito a tornare a un stile basilare di gioco. In carriera, ogni sconfitta mi ha insegnato che la cosa migliore è perfezionare i fondamentali”. La sua risposta ricorda quella di uno sportivo tradizionale; quali sono le similitudini e le differenze principali fra gli sport e la loro declinazione digitale? “Frequento diversi atleti professionisti, ed esclusa l’ovvia componente fisica, fatico a trovare grosse differenze fra il loro e il nostro approccio. Soprattutto perché il maggior tratto in comune è l’atteggiamento mentale, la concentrazione e la dedizione necessarie per prepararsi a competere, compreso uno studio minuzioso degli avversari. Altro aspetto condiviso è la capacità di dosare quella che nei videogiochi si chiama “stamina”, la quantità di energia il cui picco deve coincidere con le gare. Sono elementi fondamentali per chi pratichi (e)sport”. A proposito, nel 2012, dopo quasi 30 podi e 9 titoli conquistati, aveva detto che entro 2 anni si sarebbe ritirato. Ne sono passati 5 ed è neo vicecampione del mondo… “Evidentemente non ero pronto al ritiro – sorride, nda. Più seriamente, ho iniziato a competere molto presto, verso i 14 anni, e ho trascorso i successivi 16 ad allenarmi e a girare per il mondo. Per quanto possa suonare strano, la vita del videogiocatore professionista è fatta di sacrifici, ore quotidiane di studio, pratica e stress. Dopo tanti anni il rischio è di perdere le motivazioni, più che i riflessi”. Sta dicendo che aveva perso la voglia di vincere? “Non credo – e penso di esserne la dimostrazione – che la carriera di un pro player accusi una flessione a causa del naturale rallentamento dei riflessi o cose simili. Esistono, certo, ma sono più propenso a pensare venga meno la disponibilità a sacrificarsi per rimanere ai massimi livelli. Si comincia ad allenarsi a casa propria e non più girando il mondo, progressivamente si cambiano le priorità. E tutto questo incide in negativo sulle prestazioni. Accortomi di questa cosa, nel 2013 ho preferito rallentare”. Poi? “Trasferitomi da Los Angeles, dov’ero andato a vivere nel 2007, a Londra, ho fondato con alcuni soci Faceit, una piattaforma per le competizioni online. La primavera scorsa, orfano dell’adrenalina che solo le sfide sanno dare, ho invece deciso con 3 amici di lunga data di concorrere al Quake World Championship. Ed eccoci qui”. Che cosa aspetta un videogiocatore professionista a fine carriera? “Ci sono molte strade, dal team manager al commentatore, il cosiddetto caster, ma posso dire solo della mia: ho sempre pensato al “dopo”, soprattutto perché quando ho iniziato l’esport non era ciò che è adesso. Oggi un pro player ha molte basi cui aggrapparsi, se non altro per l’accresciuto numero di tornei. Consapevole della precarietà di quello che facevo, partecipavo all’organizzazione degli eventi, mi interessavo al marketing e alla promozione. Cercavo insomma di essere parte integrante di ogni esperienza, senza limitarmi a giocare. Le mie consulenze ad alcuni partner tecnici arrivano da competenze accumulate così”. Di cosa campa un videogiocatore professionista? “Dipende dal tipo di contratti stipulati; senza entrare in dettaglio, gli introiti arrivano dagli sponsor, dagli stipendi dei team e dai premi conquistati. Poi ognuno li compone a seconda delle proprie possibilità ed esigenze. Oggi è tutto più stabile, ma quando ho iniziato il problema era capire ogni stagione quali giochi sarebbero andati per la maggiore e quali tornei avrebbero sfoggiato i montepremi più ricchi”. A cosa crede sia dovuta la diffusione crescente degli esport? “Principalmente all’esplosione dei social media, dello streaming e dei video on demand. Arrivato negli Stati Uniti fui selezionato per partecipare a “The Championship Gaming Series”, uno show allora trasmesso da G4 e DirectTV e in Europa da Sky. Mi capitò perché ai tempi campeggiavo nelle posizioni più alte delle classifiche internazionali. Oggi ogni giocatore ha il proprio canale video e se non trasmette una partita, segue quelle altrui o comunque è a conoscenza dei tornei dedicati ai suoi titoli preferiti. Nondimeno, considero il crescente impatto, anche economico, dell’esport correlato a quello dei videogiochi tout court, un’industria che negli anni non ha smesso di crescere. Complici gli investimenti diretti dei publisher, sempre più interessati a fare dei propri titoli di punta giochi “esport ready”. Non mi stupisce nemmeno che oggi i giochi più praticati siano free to play come “League of Legends” e “Dota 2”, titoli che non necessitano macchine potenti, o connessioni particolarmente performanti per essere apprezzati. Sono molto più accessibili di un fps, per esempio”. Crede che il coinvolgimento di organizzazioni sportive tradizionali come la Nba, o di squadre come il Paris Saint Germain o la Roma sia una moda o possa lasciare il segno? “Ritengo quello elettronico lo sport del nuovo millennio; chi oggi non è connesso a internet o non videogioca? Il gaming è una forma di intrattenimento trasversale e condivisa, fra i più giovani, certo, ma ormai anche da generazioni più adulte. Fra qualche anno, tutti avranno vissuto l’era dell’esport. Per questo sono certo che le organizzazioni tradizionali siano davvero interessate al fenomeno. Per loro la sfida è partecipare dall’inizio, esserci prima che il fenomeno esploda ovunque. Anche perché gli investimenti fatti fino ad ora, per organizzazioni di quelle dimensioni, è ancora ridotto. Stanno capitalizzando il futuro”. Nessuna minaccia? “Sempre che gli investimenti siano a lungo termine e nel rispetto di giocatori e squadre, no. Occorre evitare bolle, che si sono già viste in passato, e affidarsi a chi abbia competenze specifiche nel settore. Ho salutato con entusiasmo l’ingaggio di pro player da parte di società come Sampdoria, Roma o Empoli. La speranza è che coltivino i propri talenti sapendo che il rientro degli investimenti non sarà domattina. Così i benefici arriveranno e gioveranno a tutto il sistema”. Cosa manca all’Italia affinché l’esport esploda? “È fondamentale che le diverse e sempre più numerose realtà imparino a collaborare, invece di frammentare il settore. Dovremmo ricordarci che il tanto di nulla è niente. E che converrebbe lavorare insieme per ottenere piano piano qualcosa tutti. Anche perché giocatori e talento non mancano, si veda l’ingresso proprio questa settimana di Daniele “Jiizuké” Di Mauro nella “serie A” europea di “League of Legends”. Ha detto che l’esport richiede allenamento, studio, dedizione. Qualche controindicazione? Anche rispetto al fatto che l’immediata accessibilità del videogioco possa illudere chiunque di poter diventare un campione. “Non vale lo stesso per chi ami il calcio, il basket o la pallavolo? Si inizia per puro divertimento e solo chi denoti una particolare disposizione poi è sensato ci provi, è saggio ci dedichi più tempo e risorse. Per me è stato lo stesso: come tutti sono stato uno studente, nel tempo libero alternavo lo sport al videogioco. Solo quando quest’ultimo si è dimostrato un’opportunità più seria ho deciso di dedicarmici maggiormente. L’importante, per chiunque, è considerare preziosa qualsiasi esperienza, anche quelle che di primo acchito sembrino fallimentari. Ogni cosa stimoli a dare il massimo – e l’esport lo fa – per me ha valore. Evito di rispondere a chi, con una domanda del genere, alluda invece a una pericolosità specifica del videogioco: siamo nel 2017, sarebbe il caso di dimenticare i pregiudizi e riflettere con serietà su un fenomeno globale”. Alessandro “Stermy” Avallone, il Floyd Mayweather del gaming.